Xamarin: Come pubblicare su play store con formato aab

Come saprete certamente recentemente Google ha cambiato il formato con cui è possibile sottoporre le app al suo store: il vecchio formato apk va in pensione in favore del nuovo e scintillante aab.

I vantaggi di questo “pensionamento” sono molteplici, e qui non mi dilungherò: lascio in particolare in linkografia alcuni documenti che ho trovato utili per comprenderne qualcosa in più.

Comunque pur avendone letto negli scorsi mesi devo ammettere che ho continuato a pubblicare le nuove versioni delle app alle quali lavoro sempre in apk, ma solo per sciatteria, lasciandomi il battesimo con aab alla prima occasione utile.

Infatti da quello che ho potuto verificare sino alla data odierna aggiornamenti di app esistenti accettano ancora il vecchio e glorioso formato apk: nuove app devono giocoforza usare aab.

Qualche giorno l’occasione di usare questo nuovo formato è arrivata, e devo dire che arrivare in fondo, e riuscire a pubblicare la mia nuova app con il nuovo formato, non è stato affatto semplice o banale: anzi è stato un vero e proprio percorso a ostacoli.

Piccola/grande nota:so perfettamente che devops nonchè anche le buone norme di programmazione intimano che il deploy dovrebbe essere automatico e quindi che il processo di cui parlo in queste righe dovrebbe essere completamente automatico.

Però io ho inziato a programmare ai tempi ai tempi in cui se eri ricco avevi ben 64 KB di memoria, altrimenti se eri poveraccio (come il sottoscritto) dovevi accontentarti di 8 KB: per questo alcune operazioni preferisco farmele ancora a mano, “alla vecchia maniera”.

Proprio per questo ho deciso di scrivere questo post per aiutare i tapini come me in questo processo, non certo complicato, ma che nasconde alcune insidie: al termine di queste note potrete vantarVi anche Voi in giro di usare aab per le Vostre app.

La prima operazione da fare è convincere Visual Studio a produrre il file di setup di Android nel formato corretto.

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Xamarin Forms on Ios & ListView che non occupa l’intera pagina

La storia è semplice e ha anche risvolti tristi: Ve la racconto perchè scommetto che anche a Voi sarà capitato una cosa simile.

Il committente ci propone la realizzazione di un software molto complesso, dotato di una robusta logica di funzionamento, ma che riusciamo a creare nei tempi e modi previsti.

Questo ovviamente applicando i pattern di programmazione corretti nonchè tutte le ultime tecnologie del caso.

Insomma: tutti contenti, soprattutto noi che siamo riusciti anche a rispettare i tempi di realizzazione !

Sin qui sembra una storia a lieto fine ma….. c’è sempre un ma sopratutto nella vita di chi fa software per mobile….

Dopo aver iniziato il deploy del nostro fantastico software su centinaia di dispositivi, tra i più disparati, l’iniziale soddisfazione diffusa si trasforma in poche ore in momenti di panico e notti insonne.

In altri termini in un baleno avviene la trasformazione: da sultano del codice (come simpaticamente mi chiamano i miei colleghi) a ultimo-dei-miei-cani.

Infatti su alcuni di questi dispositivi il “fantastico” inizia a fare stravaganze e comportamenti anomali.

Nemmeno a dirlo uno di questi dispositivi in cui il nostro software fa le bizze è quello dell’executive dell’azienda: ovviamente lo stramaledetto device incriminato non è tra quelli in nostro possesso e che usiamo per il testing su dispositivi reali.

Anche i simulatori non ci aiutano a identificare il problema il quale, a peggiorare le cose, si presenta pure in modo sporadico.

Per quello che mi riguarda tutte le volte che mi capita una cosa simile inizio a a pensare che forse ho sbagliato a fare questo lavoro, che forse mi dovevo occupare di qualche attività più manuale che, una volta terminata, difficilmente propone recrudescenze e/o comportamenti aleatori e sporadici da risolvere a tempo zero.

Ma a nulla vale ripensare al passato, e a quell’amico che ha aperto una piccola azienda nel campo edilizio e si è recentemente comprato una macchina spaventosamente bella, nemmeno a dirlo molto più bella della mia che, per inciso, dentro inizia  ad avere il muschio ma “ora non è il momento di cambiarla perchè non posso spendere”. E che (sempre il suddetto amico) sono certo non ha tutte le rotture di scatole che possiamo avere noi faticatori del codice nell’affrontare problemi così aleatori che non si riescono nemmeno a riprodurre.

Un mattone un volta posato difficilmente inizia a muoversi ma solo in alcune ore della giornata, e solo con alcune persone vicino…

L’invidia è una brutta bestia… lo so….

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Come risolvere l’errore di OneDrive “The data present in the reparse point buffer is invalid”

Sono stato per anni un felice utilizzatore di Google Drive: ero così soddisfatto del suo utilizzo che utilizzavo un abbonamento con l’opzione 1TB per un decina di euro al mese.

A quanto mi ricordo mai un problema o un’incertezza: tutti i file sempre disponibili e sincronizzati senza alcun problema.

Più recentemente la mia azienda ha deciso di adottare Office 365 che, nella versione da noi acquistata prevede 1 TB di spazio su One Drive.

Pertanto, nonostante fossi soddisfatto di Google Drive, l’ho abbandonato e ho inziato ad adottare One Drive di M$.

Sapete: abito a Genova, e l’idea di risparmiare “quei pochi” al mese mi è parsa irresistibile.

Da subito mi sono accorto che nella transizione ci avevo perso: almeno al tempo in cui ho iniziato la migrazione dei miei file One Drive era diverse spanne sotto Google drive.

Problemi sporadici, i file temporanei creati dall’editing di open office che davano errore di sincronizzazione, e via di questo passo.

Oss.: Quanto in questo post sono mie considerazioni personali derivanti dall’utilizzo degli strumenti descritti. Non ho alcun riscontro oggettivo circa le considerazioni fatte: solo idee e sensazioni derivanti dall’utilizzo giornaliero.

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